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L’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) ha emanato la nota prot. n. 5828 del 4 luglio 2018, con la quale fornisce, ai propri ispettori, ulteriori precisazioni in merito al calcolo della sanzione amministrativa in caso di violazione al divieto di pagamento in contanti delle retribuzioni. 

Come noto, a far data dal 1° luglio 2018 i datori di lavoro o committenti sono tenuti a corrispondere ai lavoratori la retribuzione attraverso modalità tracciabili. La violazione di tale precetto è sanzionata con una sanzione amministrativa pecuniari consistente nel pagamento di una somma da 1.000 euro a 5.000 euro

L’Ispettorato del Lavoro, in particolare ha evidenziato come la formulazione del precetto lasci intendere che il regime sanzionatorio sia riferito alla totalità dei lavoratori in forza presso il singolo datore di lavoro. Conseguentemente la determinazione della sanzione non deve tener conto del numero dei lavoratori coinvolti quanto piuttosto, in presenza di pagamenti mensili, del numero dei mesi per i quali si è protratto l’illecito. 

Esempio: qualora la violazione si sia protratta per 3 mensilità in relazione a 2 lavoratori, la sanzione calcolata ai sensi dell’art. 16 della L. n. 689/1981, sarà pari a: euro 1666,66 x 3 (mesi) = euro 5.000. 

Ulteriormente l’Ispettorato chiarisce la seguente casistica di pagamento:

Rientra tra gli “strumenti di pagamento elettronico” – previsti dalla lettera b) del comma 910 dell’art. 1 – il versamento degli importi dovuti effettuato su carta di credito prepagata intestata al lavoratore, anche laddove la carta non sia collegata ad un IBAN; in tale ultimo caso, per consentire l’effettiva tracciabilità dell’operazione eseguita, il datore di lavoro dovrà conservare le ricevute di versamento anche ai fini della loro esibizione agli organi di vigilanza. Si rammenta, infatti che la firma apposta dal lavoratore sulla busta paga non costituisce prova dell’avvenuto pagamento della retribuzione.

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